La legge e lo spirito del tempo.
È da quando è morta Luana D’Orazio che provo a svolgere questa traccia. Le parole e i sentimenti confliggono, fanno fatica ad essere l’uno l’espressione dell’altra e, senza armonia, rischiano di essere sopraffatti dalla cornice di una realtà complessa e difficile.
Per un attimo ho immaginato di dover svolgere un tema per gli esami di maturità. La maturità degli -anta, ovviamente. Il “gioco” scelto per misurare la mia maturità, in ordine a tale complessità, ha funzionato. Quanto meno riesco a pronunciarmi, dopo non poca esitazione.
Nel nostro Paese il lavoro è tutelato dalla legge. In un articolo di qualche settimana fa ho provato a tracciare, seppur in modo molto semplice e snello, il cammino che il nostro Paese ha compiuto attraverso la legiferazione in materia di lavoro. Un cammino che racconta senz’altro un processo di cambiamento della società e un progresso nello sviluppo della normativa in materia di lavoro, come diritto e a tutela della persona.
La legge n.300 del 20 maggio 1971, meglio conosciuta come Statuto dei Lavoratori, merita una particolare attenzione. Un testo da rileggere, da conoscere, da aggiornare. L’articolo 1 del Titolo I dello Statuto dei Lavoratori “Della libertà e dignità del lavoratore” recita: “I lavoratori, senza distinzione di opinioni politiche, sindacali e di fede religiosa, hanno diritto, nei luoghi dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero, nel rispetto dei principi della Costituzione e delle norme della presente legge”.
I lavoratori, dunque, in quanto persone hanno il diritto di manifestare il loro pensiero.
Ancora una volta le premesse aiutano a fare chiarezza. Ed è proprio questa premessa, senza la quale lo Statuto dei lavoratori non avrebbe ragione di esistere, che chiarisce il conflitto esistente, forse da sempre, tra la legge e lo spirito del tempo.
La legge, quella scritta, è quanto emanato dagli organi che esercitano il potere legislativo. In questo caso in materia di lavoro.
Io credo che dentro la legge, quella scritta, siano presenti i segni di quel progresso umano che ha condotto a riconoscere il lavoratore come persona, non più come schiavo; il datore di lavoro come soggetto titolare di diritti e di doveri, non più come padrone; il lavoro come diritto e non come concessione; il salario come diritto alla giusta ricompensa per il lavoro svolto, da corrispondere con giustizia. E ancora: il riposo, la difesa della incolumità del lavoratore. Un “di più” scaturito dal quel “meno” che ha caratterizzato la condizione del lavoro e del lavoratore nel passato.
Tuttavia, nonostante la normativa vigente, gli innumerevoli volumi di un’enciclopedia dedicata al lavoro, accade che sul posto di lavoro, ancora oggi, si continui a morire: in fabbrica, nei cantieri, nei campi, proprio come accaduto a Camara Fantamadi.
Entra in campo, allora, lo spirito del tempo, la tendenza culturale predominante in una determinata epoca o, molto più semplicemente, il comune sentire.
Secondo questo spirito, che aleggia in tutto il nostro Paese, in modo particolare nel Mezzogiorno, il lavoro non è tanto un diritto, quanto una concessione. Aggredire un tale principio significa scardinare tutto ciò che ne consegue, che lo fonda, ossia: la libertà e la dignità del lavoratore. La premessa di cui parlavo in apertura.
Spesso non ci facciamo caso, ma esiste “un presente del passato che non è stato elaborato e che continua a condizionare i cuori e le menti.” (Fiorenzo Baratelli). Non ci avevo fatto caso neppure io, almeno non in questi termini.
E’ come se, nonostante tutti gli obiettivi raggiunti, una forma di analfabetismo in materia di diritti del lavoro resistesse nel tempo. Forse dovremmo parlare in modo più corretto di un analfabetismo di ritorno.
Diventa difficile, allora, per un lavoratore parlare apertamente laddove aleggia questo spirito. Diventa difficile denunciare una condizione di lavoro che mette in pericolo la propria incolumità, quasi per paura di essere riconosciuti colpevoli di aver morso la mano del proprio benefattore. Esistono diverse sentenze della Cassazione che dimostrano come la giustezza di una denuncia trovi sempre giustizia. Serve tanto coraggio, però. Tanti, troppi i condizionamenti della società.
Ecco che, allora, abbiamo da un lato la legge scritta che ha registrato e ha tradotto nella realtà l’esito delle lotte degli uomini e delle donne che, nel passato, hanno avuto a cuore le sorti dell’umanità e del lavoro, dall’altro lo spirito del tempo che viene da quel passato non elaborato e che fa del passato e del presente un’unica realtà temporale, un oggi a due facce che confligge con la legge.
Cosa fare per risolvere tale conflitto?
Tornare alle premesse, riscoprirle, può essere un punto di ri-partenza.