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sabato, Settembre 12, 2026

La politica dell’ora giusta

La Santa Pasqua è ormai alle porte e la Resurrezione di Cristo sollecita anche noi ad abbandonare da risorti i nostri sepolcri per combattere la buona battaglia contro il buio che divora ogni giorno di più i valori cognitivi, morali e i principi democratici che abbiamo conosciuto, nei quali siamo cresciuti e che vorremmo lasciare in eredità alle future generazioni come testamento di una possibile prospera civiltà di pace. Non mi riferisco ad un mondo perfetto o immaginario, ma possibile, almeno fino a quando saremo capaci di accogliere e valorizzare la vita, di rispettarla e di celebrarla.

Siamo lontani dalle bombe, dal fumo che soffoca la vita, eppure tra di noi, nella nostra società, c’è una coltre di fumo che ci impedisce di riconoscere nell’altro i lineamenti di un essere umano.

Assistiamo attoniti alla disinvoltura con quale le istituzioni democratiche del nostro Paese vengono dapprima svilite e poi aggirate da ragioni definite di ordine superiore, ma che rispondono, invece, solo e soltanto alle viscere della folla, portatrice di consenso elettorale. In questi giorni il Vangelo ci ha ricordato che cosa sia la folla e di cosa sia capace. La folla che ha acclamato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme è la stessa che qualche tempo dopo ne ha chiesto la crocifissione. Una massa angosciata, affamata e, per questo, incostante.

Tutto questo mi sollecita ad offrire alcuni pensieri per mettere a fuoco quei punti che, da tempo confusi, stanno generando il caos nei rapporti tra i diversi poteri dello Stato, tra gli schieramenti politici, nel rapporto eletto ed elettore, nella concezione di bene comune.

Rispetto della persona e riconoscimento del ruolo.

Sentiamo spesso parlare di rispetto dei ruoli, ma lo spettacolo a cui assistiamo quotidianamente contraddice tale assunto. Se manca, infatti, il rispetto della persona non può esserci il rispetto del ruolo da essa svolto. Il rispetto della persona è qualcosa che prescinde dal ruolo o dal posto che questa occupa nella società, ed è allo stesso tempo il fondamento unico perché ci sia il riconoscimento del ruolo esercitato. Ecco perché credo che non possano essere confuse le due cose. Il rispetto è quella formazione e disposizione da cui dipendono i modi con cui ci relazioniamo con l’altro, il tono di voce che utilizziamo, le parole che scegliamo per dialogare, nonostante le posizioni possano essere divergenti. I ruoli si riconoscono, come si riconosce il merito, la competenza nello svolgerli, la disciplina e l’onore, secondo quanto recita l’articolo 54 della nostra Costituzione. Il rispetto della persona, in sintesi, è certamente una precondizione per il riconoscimento del ruolo, insieme ad un alto senso dello Stato, inteso come coscienza di un interesse collettivo superiore e convergente con gli interessi personali.

Politica come la più alta forma di carità solo se agìta con onestà intellettuale.

L’onestà intellettuale non può far accettare che il corpo elettorale di un Paese che crede fermamente nella democrazia sia ridotto a folla ignorante, incostante e sempre meno partecipe, che i grandi progetti infrastrutturali non siano figli di una visione reale delle priorità del Paese, che la scuola non sia considerata il luogo in cui si insegna la partecipazione alla vita del Paese attraverso il diritto e il dovere della conoscenza, che la Sanità non favorisca il tempo buono della vita di tutti, proprio tutti, che la Stampa non sia aiutata nel nobile dovere di mettere in discussione il potere, ovviamente con altrettanta onestà intellettuale, che la disuguaglianza sociale sia solo un fardello o un campo fertile per moltiplicare le fattispecie di reato e dare sfoggio di una forza sempre più illiberale, che il carcere sia la tomba fisica e spirituale di chi si è smarrito, che la Costituzione sia ignorata, insomma, per ciò che attiene soprattutto ai suoi principi fondamentali, tra cui la sovranità popolare, già mortificata da una legge elettorale che nessuna forza politica osa cambiare. Onestà intellettuale per non mentire, per non rinnegare le parole dette né in contesti nazionali che internazionali, per scegliere una narrazione che sia madre di una vittoria sugli istinti più biechi e oscuri.

La politica dell’ora giusta, dell’ora dopo, dell’ora prima.

Questo punto raccoglie le sollecitazioni di Don Tonino Bello che nel Buon Samaritano vede l’immagine del “credente o dell’uomo di buona volontà che se vuole impegnarsi a condividere la sofferenza degli altri non deve limitarsi a mettere il borotalco sulle ferite, a sanare le pustole superficiali, epidermiche, ma deve andare a fare l’analisi della situazione perversa da cui derivano quelle manifestazioni esantematiche. […] Quindi c’è il samaritano dell’ora giusta, il samaritano dell’ora dopo, ma c’è anche il samaritano dell’ora prima!!, questo lo invento io, non c’è sul Vangelo. Se il samaritano fosse partito un’ora prima, fosse giunto sul luogo del delitto un’ora prima, al momento dell’aggressione, il crimine non sarebbe stato compiuto sulla strada, cioè bisogna giocare d’anticipo. Una comunità cristiana, ma anche un’istituzione pubblica, oggi deve prevedere a lunga gittata come andranno le cose”.

La politica, oggi, sa essere tutto questo? Come può la politica prevedere a lunga gittata, se smarrisce la sensibilità circa le conseguenze delle parole pronunciate e delle azioni compiute?

Come associazione di amicizia politica, come donne e uomini di buona volontà, possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo per ridare contenuto alle parole, dalle quali dipendono i nostri pensieri, per aiutare quel discernimento che aiuta a non confondere i piani e a riconoscere l’obbrobrio della semplificazione dei fatti e delle parole. Possiamo e dobbiamo lavorare con pacatezza perseverante, per contribuire all’evoluzione della cultura politica e democratica nella nostra regione e nel nostro Paese…da Risorti.   

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