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venerdì, Aprile 17, 2026

Nell’inferno del carcere

Dove vi trovavate la mattina di domenica 20 aprile, solennità della Santa Pasqua?

Mentre riavvolgete il nastro, vi racconto il viaggio compiuto da Sergio Rovasio, Donatella Corleo e Giulia Simi, rispettivamente nel carcere “Delle Vallette” di Torino, al Pagliarelli di Palermo e a La Dogaia di Prato, proprio il 20 aprile. Un viaggio dal nord al Sud Italia, un viaggio all’ inferno che la delegazione del Partito Radicale compie durante tutto l’ anno e in particolare modo in occasione delle festività, quando è evidente che è la solitudine a fare mancare l’ aria ai detenuti.

Nel diario di bordo vengono annotate le ferite di un Paese che non può più nascondere la vergogna delle condizioni in cui “vivono” i suoi/nostri detenuti.

Assuefatti ormai alla genericità di espressioni come carenza di personale, piante organiche non rispettate, sovraffollamento, carenze di tipo igienico, sanitario e strutturale, non avvertiamo più l’ importanza di spacchettare questi “carichi’, di aprirli per guardare con attenzione cosa ci sia dentro veramente.

Rovasio, Corleo, Simi ci aiutano a farlo:

scarafaggi nei reparti

una doccia funzionante per 42 detenuti

docce con muffa ( da entrarci con lo scafandro, riferisce uno degli inviati)

impossibilità di fare accedere in carcere dentisti a pagamento per coloro che possono permetterselo economicamente

assistenza sanitaria inadeguata

distacco dai figli e difficoltà a conciliare gli orari previsti per le telefonate con i tempi scolastici.

impianti elettrici completamente scoperti

stanze educatori e agenti che sembrano delle stalle

cimici

scabbia

delusione provocata dalla mancata visita del vescovo per la celebrazione della messa

violenza

armadi tolti per fare spazio ai letti.

Sono più o meno le 20.00 del 20 aprile quando ascolto dai microfoni di Radio Radicale le interviste di Antonella De Fortuna a Rovasio, Corleo e Simi.

Dalle loro testimonianze emerge chiara la denuncia delle condizioni della detenzione in carcere in Italia e soprattutto della incapacità politica di intervenire, favorendo la risoluzione di quei problemi che riguardano la manutenzione dei luoghi, la pulizia, l’organizzazione del personale. Il problema delle carceri è enorme, complesso, ma credo che tale complessità non autorizzi all’ inattività.

Sono sul tapis roulant per smaltire gli eccessi del pranzo di Pasqua e provo un senso incredibile di inadeguatezza. La sensazione dei miei passi su un nastro girevole, che mi “pianta” comunque nello stesso posto, credo sia la stessa di chi cammina nel perimetro circoscritto della propria prigione, sempre ammesso che dentro la cella ci sia sufficiente spazio per muoversi.

Mi accorgo che ci sono prigioni fatte di cemento e prigioni fatte di incostanza nel compiere il bene. Con l’ incostanza, infatti, il domani non arriva mai, ci ha ricordato spesso Papa Francesco.

Non rimane che darsi una regola di vita, impostare la rotta e lasciare gli ormeggi.

Pensare, proporre, dare fino allo stremo delle nostre forze per una società più giusta e più ad immagine della nostra Costituzione.

Credo che anche questo sia il testamento che Papa Francesco ci ha lasciato.

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